Il dolore cronico è una condizione che colpisce un miliardo e mezzo di persone al mondo, ed i casi sono in aumento.
Affinché si possa parlare di dolore cronico esso deve durare almeno tre mesi, ma sappiamo che ci sono condizioni come la fibromialgia e l’endometriosi, in cui il dolore persiste in modo fluttuante per tutta la vita.
La caratteristica principale del dolore cronico è che si tratta di un dolore centrale, ossia supportato da una risposta disfunzionale del sistema nervoso centrale agli stimoli interni ed esterni alla persona.
Questo determina un dolore costante ma fluttuante, nella sua intensità tanto che chi ne è affetto, può alternare giornate in cui riesce faticosamente a condurre una vita apparentemente normale, a giornate in cui si riesce a malapena a sopravvivere, in una sorta di disabilità dinamica.
Diventa quindi facile comprendere come molto spesso, chi vive vicino ad una persona con dolore cronico fatichi a comprendere come ci possa essere dolore in chi conduce una vita a prima vista normale. Questo genera incomprensioni, risentimento, si viene etichettati come malati immaginari e si finisce per essere isolati o comunque per sentirsi molto soli, accentuando una condizione di disagio psicologico.
La solitudine poi porta con sé la tendenza ad identificarsi con il proprio dolore: “la mia vita è dolore” come se non ci fosse spazio per null’altro. Allora smontare questa convinzione rappresenta il primo passo per superare tale vissuto. Noi non siamo la nostra patologia, essa fa parte della nostra vita, ma noi siamo molto di più.
Possiamo imparare a dosare le nostre forze, a prenderci in modo sistematico dei momenti di recupero, possiamo stabilire obiettivi e priorità, giorno per giorno ma anche a medio e lungo termine, sapendo che le ricadute fanno parte del gioco e che se abbiamo un periodo “buono” non ci si deve illudere di essere guariti.
Mettendosi in gioco in questo modo si arriva all’accettazione, dove accettare non significa arrendersi come se stessimo combattendo una battaglia e ci dessimo per vinti, ma al contrario significa ripartire dalle nostre capacità tenendo conto dei nostri limiti.
Può succedere però che la difficoltà stia proprio nel non riuscire a vedere capacità e limiti, come se fossimo accecati dalla nostra condizione, in questi casi può essere fondamentale chiedere aiuto ai professionisti della salute mentale, che ci possono accompagnare nella gestione delle nostre risorse, dei nostri vissuti e del nostro agire.