Positività tossica: uno sguardo biopsicosociale.

Sempre più spesso si incontrano sui social media ed in molti corsi per diventare coach, messaggi motivazionali come: “se vuoi puoi”, “se riesci ad immaginarlo puoi realizzarlo”, “good vibes only”, oppure “pensa a chi sta peggio di te”.

Tutto questo presuppone un atteggiamento positivo da mantenere a tutti i costi. In un primo momento può sembrare utile a dare una svolta positiva alla propria vita, perché contrasta il nostro naturale senso di insicurezza personale e sociale, ma a lungo andare tutto ciò va a minare il nostro benessere fisico e psicologico. Per questa ragione si parla di Positività Tossica.

Perseguire un obiettivo con questo atteggiamento invalida la persona, che portatrice di sofferenza o fatica, si sente non compresa, tagliata fuori dal flow o spesso vittima di abilismo.  Invalida emozioni e pensieri spiacevoli, sopprimendoli anziché elaborarli.  In questo modo può dar vita ad un profondo disagio su cui vige il silenzio come conseguenza del sanismo.

L’esistenza umana non può essere sempre positiva, i fallimenti diventano esperienza che ci fa crescere. Il tono dell’umore non può essere sempre alto, entreremmo infatti nel campo della psicopatologia. La persona ha bisogno di tutte le proprie emozioni per capire meglio il proprio rapporto con se stessa e con il mondo, solo così potrà esprimere al meglio la propria essenza.

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