
Questo è uno spazio meno formale rispetto al mio sito. Qui riporterò argomenti di interesse quotidiano, non necessariamente legati alle cronicità, ma anche a fatti e richieste fatte da chi mi legge.
Dolore e perdita.
Oggi mi riecheggia in testa il tema della perdita, associato alla malattia e al dolore cronico. Spesso i vissuti associati sono la paura di perdere il controllo del proprio corpo e delle proprie autonomie, con vissuti di insicurezza, frustrazione, vergogna ed impotenza. Di frequente anche se la patologia non è degenerativa, fa temere che l’entità del dolore temuta porti con sé inattività e isolamento, creando la spirale, dolore inattività dolore. A voi è capitato? Avete un’esperienza da raccontare? potete condividere qui i vostri vissuti e strategie.

Winter blues.
Quando si parla di winter blues, SAD (Seasonal Affective Disorder ) o depressione invernale si intende un disturbo affettivo ad andamento stagionale.
Tale disturbo insorge generalmente quando si riscontra una drastica riduzione delle ore di luce, come accade a fine autunno.
Tale disturbo è caratterizzato dai seguenti sintomi: sonnolenza ed ipersonnia, astenia, pensieri tristi, irritabilità, difficoltà di concentrazione, alterazione dell’appetito e dolore muscolo scheletrico.
I cofattori, che contribuiscono alla sua insorgenza, in un’ottica bio-psico-sociale, sono le festività natalizie, la predisposizione genetica, e lo stile di vita.
In merito alle festività, il loro avvicinarsi con il carico di aspettative, di perdite, di solitudine e bilanci di fine anno, per molte persone rappresenta un elemento di innesco molto forte. Per altri invece il momento critico è costituito dalla loro conclusione che implica il ritorno forzato agli impegni quotidiani. Non è un caso che per opinione diffusa, il giorno più triste dell’anno, il Blue Monday, sia il primo lunedì dopo l’Epifania.
La genetica ha un ruolo rilevante, in quanto la presenza di precedenti disturbi affettivi, rappresenta un fattore predisponente.
Il Winter Blues inoltre può insorgere già a 18 anni, incide maggiormente sulle donne ( 41% ) rispetto agli uomini (37% ) presentandosi con maggiore frequenza in età avanzata.
Infine lo stile di vita è un elemento cruciale. Le ricerche ci dicono infatti che l’esposizione alla luce solare per un tempo prolungato, il movimento all’aria aperta e una dieta a base di omega 3 ( come nei paesi nordici ) possono contrastare efficacemente la depressione invernale.
Questo disturbo affettivo ha una durata che varia da un paio di settimane a più mesi. In quest’ultimo caso uno stile di vita sano non è sufficiente a garantirne il superamento.
Quando si riscontra un prolungarsi dei sintomi può essere necessario ricorrere ad un professionista della salute mentale. Le evidenze scientifiche sostengono infatti che una terapia psicologica di ultima generazione (terza onda ) basata in particolare su un approccio ACT, può essere molto efficace.

Ansia: nemica o alleata? conoscerla per gestirla.
L’ansia è uno stato emotivo a contenuto spiacevole, associato ad una condizione di allarme, di tensione, minaccia, preoccupazione e dalla percezione di alcuni cambiamenti a livello fisiologico.
Si distingue dalla paura in quanto questa si manifesta quando ci troviamo di fronte ad un pericolo reale, mentre con l’ansia stiamo anticipando una minaccia futura, reale o potenziale.
Il termine ansia deriva dal latino angĕre, che significa stringere, espressione che evoca le sensazioni psicologiche e fisiologiche che la caratterizzano: sensazione di disagio ed agitazione crescente che può esprimersi con varie intensità e reazioni fisiologiche con battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore, sintomi intestinali che insieme possono arrivare a bloccare l’esecuzione di un compito e se si presenta in modo ricorrente, può peggiorare significativamente la qualità di vita della persona e di chi la circonda.
Essa è una risposta allo stress, inteso come una pressione interna o esterna all’individuo che lo spinge al utilizzare delle risorse psichiche e/o fisiche straordinarie rispetto alla quotidianità. In una fase iniziale ci troveremo di fronte ad una risposta di eustress: man mano che lo stress aumenta, cresce anche la qualità della prestazione richiesta, oltrepassato un certo livello, che è soggettivo, la performance peggiora in modo progressivo e con lei il disagio emotivo che l’accompagna. In tal caso si parla di distress.
Le risposte fisiologiche ed emotive si sono evolute nel corso della storia dell’uomo. Inizialmente il freezing è stato un modo per sopravvivere, l’ansia di essere vittima di qualche predatore, portava la persona a paralizzarsi, come se fosse morto (molti predatori evitano gli animali morti) e questa è quella risposta che spesso troviamo in persone vittime di aggressioni, si paralizzano a tal punto da non riuscire a reagire.
In seguito nel corso del tempo, è arrivata la risposta di attivazione fisiologica, necessaria alla risposta di attacco o fuga, ed infine, più recentemente è arrivata la risposta sociale consistente in reazioni fisiologiche e psicologiche ( tra cui il pianto) che rappresentano una richiesta di aiuto più o meno esplicita.
Queste tre tipologie di risposta sono presenti ancora oggi e possono manifestarsi in contesti diversi nella stessa persona. A volte le condizioni di vita sono costantemente stressanti da rendere la risposta ansiosa a bassi livelli qualcosa di difficilmente percepibile, portandoci a riconoscerla solo quando ostacola il nostro agire, quando ci porta all’evitamento o la somatizziamo ed è il nostro corpo a dirci che ci dobbiamo fermare.
Fortunatamente esistono degli strumenti che ci possono aiutare. Un percorso psicologico ci può aiutare a riconoscerla e a coglierne i diversi livelli d’intensità, può aiutarci a respirare in modo calmante, a praticare alcune tecniche di rilassamento o meditazione. Ma cosa molto più significativa è che oltre a consentirci di controllare la nostra ansia , ma anche di capire il mondo cognitivo ed emotivo su cui poggia. Imparare a comprendere come “funzioniamo” può aiutarci a rendere più efficace il nostro stile cognitivo e a modulare le emozioni. Questo renderebbe sensibilmente migliore la qualità della nostra vita.
Per il nuovo anno sto organizzando dei percorsi di gestione dell’ansia in presenza ed online. Se desideri saperne di più o partecipare scrivimi una email. Scrivo anche il mio indirizzo email perché ultimamente il form non funziona come dovrebbe: paola72baldo@gmail.com. A presto.

Positività tossica.
Sempre più spesso si incontrano sui social media ed in molti corsi per diventare coach, messaggi motivazionali come: “se vuoi puoi”, “se riesci ad immaginarlo puoi realizzarlo”, “good vibes only”, oppure “pensa a chi sta peggio di te”.
Tutto questo presuppone un atteggiamento positivo da mantenere a tutti i costi. In un primo momento può sembrare utile a dare una svolta positiva alla propria vita, perché contrasta il nostro naturale senso di insicurezza personale e sociale, ma a lungo andare tutto ciò va a minare il nostro benessere fisico e psicologico. Per questa ragione si parla di Positività Tossica.
Perseguire un obiettivo con questo atteggiamento invalida la persona, che portatrice di sofferenza o fatica, si sente non compresa, tagliata fuori dal flow o spesso vittima di abilismo. Invalida emozioni e pensieri spiacevoli, sopprimendoli anziché elaborarli. In questo modo può dar vita ad un profondo disagio su cui vige il silenzio come conseguenza del sanismo.
L’esistenza umana non può essere sempre positiva, i fallimenti diventano esperienza che ci fa crescere. Il tono dell’umore non può essere sempre alto, entreremmo infatti nel campo della psicopatologia. La persona ha bisogno di tutte le proprie emozioni per capire meglio il proprio rapporto con se stessa e con il mondo, solo così potrà esprimere al meglio la propria essenza.

Dolore cronico e studi sull’alimentazione corretta.
Molti studi recenti si stanno occupando dell’efficacia di varie diete sul dolore cronico. Ci sono degli Studi che vanno a testare l’efficacia della dieta vegetariana e vegana, della dieta senza glutine e lattosio, della dieta a base di cereali integrali che hanno ottenuto come risultato una riduzione significativa del dolore cronico. Come orientarci quindi? Tanto per cominciare bisogna assumere un pensiero scientifico: erano studi fatti su piccoli campioni e quindi i risultati non sono generalizzabili; inoltre erano studi in cui venivano prese in considerazione più variabili alla volta, motivo per cui non è possibile arrivare ad una conclusione certa, infatti se si considerano due o più variabili alla volta non possiamo sapere quale sia stata quella che ha determinato il miglioramento o se esso dipenda dalla combinazione delle stesse. Infine erano studi in cui tra le variabili c’era quasi sempre un regime ipocalorico che portava ad una diminuzione del peso. Ma siamo veramente sicuri che il beneficio derivi dal calo ponderale? Potremmo saperlo solo se nelle future ricerche verranno prese in considerazione una alla volta le variabili. Infine Come mai la variabile del peso è onnipresente? Non sarà forse conseguenza di un approccio scientifico influenzato dalla cultura grassofobica? Queste riflessioni sono state tratte dagli articoli di Emilia Vaccaro e di Davide Cavalieri e pubblicati su pharmastar.it, di Alessandro Nunziati su improntaunica.it , di Gian Francesco Cormaci su medicomunicare.it e di Alfie Borromeo su improntaunica.it #psicologhevenete #libereprofessioniste #fibromialgia #dolorecronico #ansia #depressione #benesserepsicologico #dieta #caloponderale #Flareup #flare #impotenzaappresa #cibo #alimentazione #malattiereumatiche

Il dolore cronico tra solitudine ed accettazione.
Il dolore cronico è una condizione che colpisce un miliardo e mezzo di persone al mondo, ed i casi sono in aumento.
Affinché si possa parlare di dolore cronico esso deve durare almeno tre mesi, ma sappiamo che ci sono condizioni come la fibromialgia e l’endometriosi, in cui il dolore persiste in modo fluttuante per tutta la vita.
La caratteristica principale del dolore cronico è che si tratta di un dolore centrale, ossia supportato da una risposta disfunzionale del sistema nervoso centrale agli stimoli interni ed esterni alla persona.
Questo determina un dolore costante ma fluttuante, nella sua intensità tanto che chi ne è affetto, può alternare giornate in cui riesce faticosamente a condurre una vita apparentemente normale, a giornate in cui si riesce a malapena a sopravvivere, in una sorta di disabilità dinamica.
Diventa quindi facile comprendere come molto spesso, chi vive vicino ad una persona con dolore cronico fatichi a comprendere come ci possa essere dolore in chi conduce una vita a prima vista normale. Questo genera incomprensioni, risentimento, si viene etichettati come malati immaginari e si finisce per essere isolati o comunque per sentirsi molto soli, accentuando una condizione di disagio psicologico.
La solitudine poi porta con sé la tendenza ad identificarsi con il proprio dolore: “la mia vita è dolore” come se non ci fosse spazio per null’altro. Allora smontare questa convinzione rappresenta il primo passo per superare tale vissuto. Noi non siamo la nostra patologia, essa fa parte della nostra vita, ma noi siamo molto di più.
Possiamo imparare a dosare le nostre forze, a prenderci in modo sistematico dei momenti di recupero, possiamo stabilire obiettivi e priorità, giorno per giorno ma anche a medio e lungo termine, sapendo che le ricadute fanno parte del gioco e che se abbiamo un periodo “buono” non ci si deve illudere di essere guariti.
Mettendosi in gioco in questo modo si arriva all’accettazione, dove accettare non significa arrendersi come se stessimo combattendo una battaglia e ci dessimo per vinti, ma al contrario significa ripartire dalle nostre capacità tenendo conto dei nostri limiti.
Può succedere però che la difficoltà stia proprio nel non riuscire a vedere capacità e limiti, come se fossimo accecati dalla nostra condizione, in questi casi può essere fondamentale chiedere aiuto ai professionisti della salute mentale, che ci possono accompagnare nella gestione delle nostre risorse, dei nostri vissuti e del nostro agire.

Fa caldo… cosa succede nella nostra mente.
Le temperature aumentano e i telegiornali ed i media in generale ci prospettano scenari apocalittici che rischiano di spaventare le persone più sensibili e fragili.
Ma il caldo ha effetti sulla nostra psiche?
Certamente recenti studi sostengono che esporsi in modo prolungato ad alte temperature, può abbassare la nostra soglia di tolleranza della frustrazione, rendendoci nervos*, irritabili, ansiosi o depressi, abbassando la soglia di manifestazione di alcuni disturbi psicologici fino a quel momento presenti a livello subclinico.
Ma cosa possiamo fare per proteggerci da tutto ciò?
Innanzitutto possiamo pensare, come ci insegna la mindfulness, che tutto è transitorio, anche il caldo quindi dopo una fase apicale tenderà a ridursi ed a sparire.
Ma nel frattempo come possiamo agire?
Innanzitutto dobbiamo distinguere tra ciò che possiamo cambiare e ciò su cui non abbiamo alcun potere.
Tra le cose che possiamo cambiare, troviamo il ridurre o eliminare le informazioni che arrivano dai giornali e social media, che ci espongono alle previsioni meteo in modo tragico e martellante, generando uno stato di attivazione e tensione che molto probabilmente ci farà percepire delle temperature più alte di quanto non lo siano realmente.
Possiamo cercare varie forme di refrigerio: stando in casa, bevendo molto e facendo frequenti docce, ma anche scegliendo come respirare. Praticare la meditazione del respiro o altre forme di respirazione calmante, può aiutarci a trovare il nostro equilibrio, la nostra pace interiore, permettendoci una visone distaccata e più gestibile del mondo e degli eventi.
Certo non abbiamo alcun potere sull’intensità e sulla durata delle alte temperature, ma anche in questo frangente possiamo scegliere. Possiamo decidere con quale atteggiamento affrontare questo periodo dell’anno, aumentando con la meditazione la consapevolezza e l’accettazione, possiamo lasciar andare i pensieri che non ci sono utili ed accogliere con amorevole gentilezza le emozioni e le sensazioni corporee che ci parlano di noi.

Genitorialità e sharenting.
Siamo nel pieno del Festival di Sanremo e mi sono imbattuta casualmente in un’articolo scritto da Serena Mazzini sulle pagine di Domani. Rifletteva sulla contraddittorietà della condotta di Chiara Ferragni, nel proclamare giustamente il bisogno di protezione e riscatto della propria sè bambina da un mondo patriarcale, non tenendo conto che l’uso della propria immagina come influencer è esso stesso prodotto di tale società, ma soprattutto, non tenendo conto che lo sharenting verso i propri figli può facilmente essere ricondotto ad una cultura patriarcale che guarda alla donna come orgogliosa fattrice, ma che al contempo rappresenta un atto lesivo verso i propri figli.
Per chi non lo sapesse con sharenting si intente la diffusione sui social di immagini dei propri figli. Deriva dal verbo inglese to share (condividere ) e parenting ( fare il genitore ).
Lasciando stare il diritto di autodeterminarsi del personaggio pubblico che fa della sua immagine strumento di lavoro, il problema principale in questo caso è la mancata presa di coscienza non solo che il suo discorso entra in contrasto con il suo agire, ma condividendo quotidianamente foto e video dei propri figli lede e con lei tanti genitori, il diritto alla privacy dei propri figli.
Posso testimoniare personalmente quanto la diffusione di immagini non gradita possa ferire un bambino, da quando sono stata costretta a fare una foto con il ciuccio che non usavo più da tempo, con la promessa infranta che sarebbe rimasta privata.
Fare sharenting colti dal desiderio di condividere la gioia data dai propri figli e dai loro progressi, non tiene conto della sofferenza arrecata loro, né tantomeno che i propri figli da adulti potrebbero farci causa perché le immagini diffuse (per sempre ) in rete possono essere in qualche modo lesive per la loro dignità. Ma l’intenzione di farlo per crearsi una certa immagine professionale, secondo il mio personale punto di vista rappresenta un’aggravante sia sul piano morale che legale.
Consapevole del fatto che ognuno è liber* di agire come meglio crede, potrebbe essere utile tenere conto del perché lo facciamo e se ci sia davvero un motivo tale da soprassedere sulla tutela dei propri figli.

Malattie invisibili ed disidentificazione.
La convivenza con una malattia cronica implica molto spesso un processo iniziale di identificazione con essa, che avviene Istintivamente:
Il dolore e gli altri sintomi sono talmente pervasivi da infiltrarsi in ogni aspetto della nostra vita non solo nel rapporto con il nostro corpo, ma anche in quello con il concetto di malattia, di cronicità, permea ogni aspetto della quotidianità, nei rapporti con la famiglia, con gli amici, al lavoro, le nostre credenze, la gestione delle nostre finanze e anche il nostro rapporto con la fede. Spesso ci porta a vedere il dolore come una grande entità che annulla tutto ciò che eravamo prima.
Ci ripetiamo.
“La mia vita è talmente condizionata dalla malattia che non c’è spazio per altro” oppure “Io sono la mia malattia e nient’altro”. “la mia vita è finita”
C’è tuttavia, una seconda fase della propria coesistenza con la malattia in cui questo processo di identificazione, viene riconosciuto è trasformato:
“Io ho questa malattia ma non sono la mia malattia” diventa il concetto chiave che nel momento in cui emerge alla nostra coscienza, influenza i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni. Diventa la spinta a riprendersi un’esistenza il più possibile normale.
Però tanto più la malattia è invisibile tanto più questo processo diventa complicato.
Oscilliamo tra la tentazione di fare una semplice cena in veranda con gli amici, per dimostrare che siamo più forti della nostra malattia ( pagando per giorni il non aver ascoltato i bisogni del nostro corpo ) e la tendenza a dire dei no, seguiti o meno da lunghe spiegazioni mediche.
Il fatto è che tanto più una malattia è invisibile tanto più siamo esposti alle #microaggressioni di chi si aspetta da noi delle capacità lavorative, sociali e relazionali normali, ossia conformi alla maggioranza delle persone.
All’interno di tutto ciò, avere una malattia cronica significa accoglierla: farla diventare parte della propria “normalità” e costruirci intorno la propria nuova esistenza, in un gioco di equilibri tra i nostri limiti, sul filo di una società che ci vede pigri, svogliati, lamentosi e a volte addirittura opportunisti.

Accettazione della diagnosi, turismo medico e shopping terapeutico.
Capita molto di frequente con le patologie croniche, senza una cura risolutiva, che si inneschi un processo di turismo medico e shopping terapeutico.
Per turismo medico si intende l’andare alla ricerca di medici, possibilmente sempre più esperti in materia, che possano dare una diagnosi più precisa e corretta delle precedenti, nella speranza che una cura ci sia e sia anche facile da fare. In questo caso ci si scontra con la negazione della diagnosi e della patologia e con la speranza che qualcuno ci dica che ci siamo sbagliat* e la malattia non c’è o c’è qualcosa di diverso e curabile.
Lo shopping terapeutico invece consiste nel provare tutto, ma proprio tutto ciò che è dichiarato essere utile ( in modo non sempre scientifico) per la nostra patologia, e provare o tutto insieme facendo un grande e pericolosimmo calderone o togliendo e mettendo farmaci e trattamenti alla velocità della luce senza tener conto dell’effetto rebound e senza dare al nostro corpo il tempo necessario per rispondere.
In questo secondo caso purtroppo siamo animat* dall’illusione della “raccolta punti” dove alla fine il premio potrebbe essere molto caro.
In entrambi i casi il problema cruciale non è solo a che punto siamo rispetto all’accettazione della diagnosi; non ci si trova solo di fronte ad un persona che tratta la patologia come un fastidioso intoppo nella propria vita da eliminare quanto prima. Entra in gioco anche il concetto di fiducia. Non ci si fida più di un corpo che ci ha tradit* , non ci si fida più delle proprie sensazioni, ma non ci si fida più nemmeno dei professionisti sanitari pensando che i risultati debbano essere rapidi come l’acquisto di un oggetto al supermercato e se così non è si cambia.
Ecco allora che diventa fondamentale fermarsi, rieducarsi all’ascolto di sé, del proprio corpo e di quel professionista che ci ha accolto con il nostro bagaglio, per capire in che direzione stiamo andando.
Va da sé che si tratta di manifestazioni di fasi che si attraversano nel processo di elaborazione ed accettazione di diagnosi ed ancor prima della malattia. In particolare queste condotte si incontrano nella fase di negazione e shock iniziale e nella fase della contrattazione in cui si cerca di scendere a patti con la propria patologia. In generale non c’è un modo giusto o sbagliato di reagire alla patologia, ma talvolta si rende utile o addirittura necessario il supporto di un professionista della salute mentale, per aiutarci a prendere consapevolezza dei nostri vissuti, e a prevenire, alcune scelte inutili se non addirittura dannose.

Coltivare la gratitudine
La #gratitudine è quel sentimento che proviamo ogni volta che, riconosciamo che qualcosa di “buono” entra nella nostra esistenza, grazie a noi stessi o agli altri. Coltivare la gratitudine pare che sia un esercizio fondamentale in molte religioni e in molte filosofie orientali.
Anche in psicologia si propone di coltivarla, semplicemente focalizzando cose molto semplici, quando una persona è in difficoltà e vede tutto nero.
Ma come mai è così importante questa pratica? Ce lo spiega il professor Emmos con una ricerca condotta presso la California University, qualche anno fa.
Ci sono benefici sul piano strettamente #psicologico in quanto riduce l’#ansia, contrasta la #depressione e aumenta la resistenza allo #stress. Ci orienta verso emozioni piacevoli, aiutandoci a ritrovare l‘amore per la vita e ad allontanarci dai pensieri e sentimenti #spiacevoli. Favorisce un aumento dell’#autostima ed un atteggiamento di amorevole #entilezza verso di sé.
Sul piano #fisico produce un aumento della soglia del #dolore e una riduzione della #pressione arteriosa e favorisce una riduzione della #tensione corporea.
Sul piano #sociale, migliora il nostro #atteggiamento verso gli altri, come conseguenza del privilegiarne i lati positivi rispetto ai limiti, favorisce il recupero di #legami spezzati e migliora la soddisfazione nelle #relazioni interpersonali.
Naturalmente affiché ciò avvenga è necessaria una #pratica prolungata, e oserei dire, che forse la cosa più utile è renderla parte integrante della nostra #esistenza,
Questo non significa sostenere il pensiero #positivo ad oltranza ed assumere l’atteggiamento “#amiamoci tutti” ma ci insegna a notare le cose positive che ci sono e che spesso mettiamo in ombra con i nostri pensieri automatici e #giudicanti.

Rientro al lavoro… consapevole.
Ormai le feste sono finite e tutti abbiamo avuto modo di riposare almeno per qualche giorno.
Il rientro al lavoro è sempre visto come stressante, ho pensato quindi di proporvi alcuni piccoli step da praticare sia nei giorni precedenti il rientro vero e proprio, sia dopo rendendoli parte della nostra quotidianità.
Un primo passo da fare è quello di affrontare una cosa alla volta, dedicandole tutta la nostra attenzione. Spesso ci abituiamo a fare più cose contemporaneamente, per ottimizzare i tempi, purtroppo però il nostro cervello non è in grado di reggere a lungo questo ritmo, in quanto ogni volta deve staccare l’attenzione da un compito, per focalizzarla su di un altro. Alla lunga questo genera stanchezza mentale, problemi di attenzione e di memoria in quanto le informazioni non hanno “il tempo” o meglio la giusta attenzione, per passare dalla memoria di lavoro alla memoria a lungo termine. La meditazione ci viene in aiuto ma è importante anche cambiare le abitudini.
Un secondo aspetto può essere quello di dedicarsi ogni giorno del tempo per noi, per fare quello che vogliamo: riposarci, leggere, praticare un hobby, o uno sport, ma soprattutto per connetterci a noi stessi. Spesso la fretta ci porta a fare le cose automaticamente, spuntando una lista reale o immaginaria in cui abbiamo steso gli impegni giornalieri. Spesso in questa lista ci dimentichiamo proprio di noi stessi. Può essere utile prefissarsi un momento nell’arco della giornata tutto per noi, anche solo, e non è poco, per riconnetterci con i nostri bisogni più profondi e per capire se il nostro agire è in linea con bisogni e valori personali. Tenere un diario ci può aiutare, annotando pensieri, emozioni, desideri e obiettivi, ma paure, preoccupazioni, insoddisfazioni e così via, nell’intento di accogliere tutto ciò che fa parte di noi, e magari individuare dei modi per sollevare concretamente il nostro disagio.
Puo’ essere molto utile allenarsi ad annotare ogni giorno le cose di cui siamo grati. All’inizio faremo un po’ di fatica ma nel tempo diventerà un approccio mentale capace di aiutarci a cambiare visione del mondo. Non si tratta di indossare delle lenti rosa, ma di allenare la consapevolezza che nulla è scontato e quindi questo ci porta ad una visione di noi stessi e degli altri molto più ottimistica e propositiva.
A questo punto uno sguardo alle relazioni con chi amiamo diventa doveroso. Quando abbiamo tempo libero cerchiamo di dedicare maggiore attenzione alle persone che amiamo. Le restrizioni previste da decreti ed ordinanze in tempi di covid ci hanno fatto sentire la mancanza di molte persone care, senza contare che quando ci si incontra si deve stare attenti a mantenere le distanze. Proviamo quindi a rompere un po’ di schemi mentali: come possiamo trovare un modo per coltivare relazioni di qualità? Ed in famiglia, posso migliorare la qualità delle relazioni affinché non siano ridotte ad una semplice convivenza? A voi la risposta.
Infine se questi punti che vi ho sottoposto, vi hanno incuriosito, coinvolto o dato degli spunti di riflessione, perché non renderli parte della nostro quotidiano? Potremmo scoprire un modo di vivere più presente e consapevole.

Dolore e suono…
Nel trattamento del #dolorecronico, la musica puo’ avere un effetto potenziante rispetto ai farmaci antidolorifici che normalmente utilizziamo per placare le crisi.
Non tutti si possono permettere antidolorifici particolarmente potenti, per intollerante o per altre patologie presenti, perciò la ricerca ci viene in aiuto.
Gli studi iniziati negli anni ’70 sull’interazione tra LSD e #musica hanno portato ad evidenziare la presenza di effetti potenzianti rispetto alle sostanze psicotrope assunte. Da cui la ricerca è continuata ed ha portato ad evidenziare come il suono sia implicato sulla percezione del dolore cronico attraverso tre vie.
La prima, quella uditiva ha portato a cogliere come l’area uditiva sia attivata durante la risposta dolorosa del nostro sistema nervoso centrale.
La seconda, la cute, che registra e trasmette in forma tattile i segnali sonori al nostro cervello.
La terza, intestinale, che attraverso i villi trasmette un messaggio analogo alla cute, e che è
si riscontra essere il canale uditivo per eccellenza dei sordi (percepiscono la musica attraverso vibrazioni). Questo è approdato alle riscontro del professor Iannone nel 2006 dell’effetto terapeutico della musica sul dolore cronico (la musica scelta per timbro, altezza ecc, è capace di riportare la frequenza cerebrale a 8 Hz) e al potenziamento dell’effetto farmacologico.
Questo ci suggerisce un ampliamento delle frontiere cliniche rispetto al dolore cronico.
# dolorecronico #fibromialgia #artritereumatoide #cefalea #sindromefibromialgica #malattiecroniche #endometriosi
#psicologiaclinica #psicologhevenete @mediclinicpozzonovo #mediclinicpozzonovo #bianalisiveneto @bianalisiveneto #fisiogeasrl @fisiogea srl #fisiogeasrl #lifeambulatorimedici @lifeambulatorimedici

Impariamo a surfare sull’onda della paura.
L’onda mediatica del Coronavirus ci ha travolti nel giro di pochissimi giorni.
Mi sono venute alcune considerazioni.
La prima. Le persone emotivamente più fragili e sole, possono essere prese dal panico. Una buona prassi che suggerisco è quella di evitare i social media per proteggersi da tutte quelle fonti non accreditate, che nel tentativo di controllare la paura sociale, invece la alimentano. È importante non prestarsi a questo processo divulgando a nostra volta informazioni provenienti da fonti dubbie.
La seconda.I medici e paramedici in prima linea, devono fronteggiare da un lato lo stress che proviene dal dover gestire l’emergenza, per cui sono preparati e formati sul piano pratico ma troppi poco su quello emotivo, e dall’altro lato la frustrazione data dallo scarso controllo sull’emergenza vissuta nel contesto familiare e privato, che rivela come anche questi professionisti siano umani e quindi fragili, ognuno a modo suo.
Oltre ad esprimere tutta la mia vicinanza, vorrei trasmettere il messaggio che se si può imparare a surfare su quest’onda. Come? Riflettiamo. – per quanto preoccupante anche questo periodo passerà:
rispettare il vademecum del Ministero della salute è fondamentale, ognuno deve fare la propria parte, anche rimanendo a casa se ha sintomi influenzali per ridurre i contagi di tutti i virus, non solo il Corona. – se c’è paura il rovescio della medaglia è il nostro attaccamento alla vita: coltiviamo tutto quello che la rende importante per noi (relazioni, sentimenti, cura personale ecc. ) sfruttando questo periodo per recuperare consapevolezze sopite. – se la paura compromette la qualità della nostra vita, tivolgiamoci ad un professionista della salute mentale, saprà aiutarci a gestire questo vissuto.
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Comunicazione ed aggressività
ossiamo comunicare senza essere aggressivi?
Certo rsiste una forma di comunicazione non violenta (CNV) ideata da Rosenberg.
Si tratta di un processo linguistico, mentale e comportamentale che si pone come obiettivo il miglioramento del benessere personale e altrui.
Questa forma di comunicazione si avvale di 4 tappe:
_ l’osservazione dei fatti;
_ l’attenzione a ciò che sentiamo emotivamente;
_ l’individuazione di bisogni e valori;
_ formulazione di richieste precise e concrete.
Sicuramente la sua applicazione non è semplice ed immediata, ma l’esercizio ci permette di capire che la nostra rabbia, può partire da uno stimolo esterno, che suscita valutazioni più o meno consapevoli da cui parte la pulsione aggressiva.
Se riusciamo a creare uno spazio mentale tra stimolo e risposta, ci creiamo la possibilità di focalizzare i nostri bisogni calpestati ed i nostri valori, i bisogni del nostro interlocutore ed i suoi valori.
In questo modo potremo individuare la direzione in cui vogliamo agire esprimendo le nostre emozioni e facendo una conseguente richiesta chiara e precisa.
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Ascoltare ed ascoltarsi
Il nostro agire ha un certo grado potere sugli eventi ed esso a sua volta è determinato da come scegliamo di interpretare una situazione.
La nostra mente ci permette di essere in contatto con i nostri bisogni, ma se vogliamo che l’altro li comprenda è necessario offrire a nostra volta comprensione.
Infatti i meccanismi giudicanti che spingono a provare rabbia non riguardano solo noi ma la maggior parte delle persone.
Perciò praticare l’empatia è solo il primo passo per entrare in contatto autentico con l’altro, da qui si può poi agire per farci ascoltare a nostra volta.
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La rabbia da dove proviene?
Questa frase di Rosemberg viene citata da lui trattando il rapporto tra Rabbia e Comunicazione non violenta.
A molti sembrerà strano, forse perché impulsivi nel reagire a fattori esterno o interni a sé.
Molti altri si riconosceranno nel riscontrare una maggiore reattività in periodi di vita personale, non facili da gestire, come se la soglia dell’autocontrollo fosse più bassa.
In tutto questo gli altri c’entrano poco.
La nostra rabbia è una risposta che dipende da noi, poggia su di un sistema di pensiero che spinge a trovare le cause del nostro malessere fuori da noi, a giudicare l’altro e il gioco è fatto, scaricare la nostra rabbia, nel linguaggio o nel comportamento, fino alla violenza fisica sembra una risposta obbligata.
Ma questo significa che giudicare è sbagliato? Ovviamente non in senso assoluto. Quello che conta è esserne consapevoli, e canalizzare in modo diverso le nostre pulsioni.
Osservare i nostri valori, i nostri bisogni ed i nostri “doveri”, ci permette di capire quando i primi vengono dirottati a favore dei nostri “devo” .
Essere connessi ai propri bisogni non ci porta alla rabbia, semmai potrebbe farci sentire tristi se non li perseguiamo.
In tali casi possiamo considerare la tristezza nostra complice in quanto capace di darci la spinta a cambiare direzione.
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La #teoriadeicucchiai ed il dolore cronico
ella trattazione del dolore cronico esistono molteplici strategie per poterlo gestire e contenere e per dargli sollievo. La prima però è l’ascolto di se stessi.
Imparare ad ascoltarci ci consente di capire con Che quantitativo di energia ci alziamo al mattino e ci consente quindi di pianificare la nostra giornata senza sprecarla.
Per capire meglio il concetto ci viene in aiuto Christine Miserandino, fibromialgica giornalista e blogger americana, con la teoria dei cucchiai.
Per far capire ad una sua amica cosa si significa convivere con dolore e stanchezza nella fibromialgia elaborò una semplice teoria, con quello aveva a disposizione in cucina: dei cucchiai.
Le diede in mano 12 cucchiai e spiegandole la propria giornata Comincio a togliere di mano un cucchiaio per ogni attività che svolgeva: aprire gli occhi, vestirsi, prepararsi la colazione, e così via.
Ben presto l’amica capì che non le sarebbero rimasti abbastanza cucchiai per svolgere le normali attività pomeridiane e serali E questo le fece comprendere le difficoltà di chi soffre di fibromialgia.
Credo che questa teoria valga per tutte le malattie che causano dolore cronico ho una sintomatologia con cui è difficile convivere. Essa risulta utile non solo per far capire agli altri le difficoltà del dolore cronico ma anche per farlo capire a noi stessi.
Spesso una delle difficoltà più grandi di chi ha una malattia cronica è il percorso di accettazione e in seguito la capacità di ascoltare il proprio corpo ed ascoltare i propri limiti rispettandoli.
Attività fisica, stimolazione transcranica, yoga, meditazione, hobbies, ci aiutano purché fatti nella consapevolezza delle risorse di cui disponiamo.
Tenere a mente la teoria dei cucchiai può rappresentare uno strumento semplice ed intuitivo in grado di aiutarci.

Dolore e movimento
Tra le varie strategie consigliate per la gestione del dolore cronico c’è l’attività fisica aerobica e anaerobica.
Per una persona che soffre di dolore cronico può essere difficilmente è attuabile a causa proprio delle crisi dolorose.
Naturalmente l’attività fisica va introdotta con gradualità e costanza partendo da attività anaerobiche e tenendo conto delle risorse personali.
Forse la cosa ancora più difficile è trovare giusta motivazione.
Può essere utile quindi sapere che muoversi aiuta a contrastare la rigidità corporea e quindi, ad interrompere il meccanismo: dolore-inattività-dolore; migliora il sonno, riduce ansia e depressione.
Recenti studi hanno inoltre evidenziato come esista una relazione positiva tra massa muscolare ed intelligenza fluida ossia quel tipo di intelligenza che supporta i processi di problem solving e la memoria di lavoro, funzioni spesso coinvolte in senso negativo in chi soffre di malattie croniche.
Quindi davvero tanti benefici da conquistare con i propri tempi e le proprie risorse.
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Dolore cronico e stimolazione transcranica.
In un recente corso di formazione sulla fibromialgia ho avuto modo di conoscere dalla voce del professor @Brighina gli importanti utilizzi della stimolazione transcranica sui pazienti affetti da dolore cronico.
Si tratta di un trattamento non invasivo che permette di trattare efficacemente il sintomo doloroso con la possibilità di far perdurare nel tempo i risultati con un percorso di mantenimento.
Un progetto sperimentale ha ora preso il via anche presso l’Azienda Uls Euganea 6 e la possibilità di accedervi con prescrizione medica diventa sempre più vicina.
Per i professionisti che come me si occupano di dolore cronico, rappresenta una svolta ed un importante ausilio nelle malattie croniche che danno dolore.
Questo perché spesso le persone affette da dolore cronico, laddove intolleranti ad antidolorifici ed antinfiammatori, rischiano di vivere con angoscia l’arrivo delle crisi dolorose.
Fortunatamente ci sono anche altre strategie di supporto ma ne parleremo nel prossimo post.
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Quando il #dolorecronico si insinua nella vita di coppia
Sono molte le patologie che possono avere tra i propri sintomi il dolore cronico e quando questo arriva si insinua in maniera prepotente nella vita di coppia.
Vivere una relazione significa assolvere non solo ad un bisogno di intimità fisica ed emotiva ma anche soddisfare altri bisogni come il senso di appartenenza, di condivisione, di sicurezza e così via.
Quando arriva una manifestazione dolorosa che costringe ti costringe a dover riorganizzare la tua esistenza tenendo conto dei tuoi limiti coinvolge necessariamente anche chi ha scelto di starti a fianco.
Ecco che affrontare la malattia significa anche affrontare una riorganizzazione della tua dimensione di coppia, capire quali nuovi equilibri debbano essere raggiunti affinché questa dimensione possa continuare ad esistere nel modo più sereno possibile.
La sfera dell’intimità fisica, probabilmente è una delle prime ad essere toccate perché va a coinvolgere non solo la sfera corporea, ma anche le aspettative, il grado di desiderio, le rappresentazioni che tu ed il/la partner vi fate di voi stess* e dell’altr*, come pure la sfera emotiva, con emozioni contrastanti che sono presenti a causa di questa difficoltà.
A volte la sintomatologia presente può essere tale da ostacolare materialmente qualsiasi forma di attività sessuale.
Parlo della vulvodinia che causa un dolore o bruciore ai genitali esterni della donna (in genere) o del dolore pelviperineale.
Si tratta di sintomatologia importanti al punto che non solo l’intimità ma addirittura la quotidianità, basti pensare all’impossibilità di sedersi senza provare dolore di forte intensità.
Tutto questo spaventa molto ma fortunatamente esistono delle cure molto efficaci che possono essere proposte da* ginecolog* espert* di pavimento pelvico, ricorrendo a farmaci ad azione locale o centrale ed alla riabilitazione del pavimento pelvico.
È molto importante però che tutto questo sia accompagnato da un percorso psicologico di coppia affinché vengano elaborati i vissuti presenti e promossi degli stili di comportamento propositivi che favoriscano un ruolo attivo nella gestione della patologia da parte di chi ne è affetto e di entrambi i partner nella ricerca di una nuova sintonia.
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Loop autodistruttivi
Oggi li chiamiamo loop autodistruttivi, Freud li chiamava coazioni a ripetere e l’analisi transazionale li chiama copioni.
Di fatto indipendentemente dal nome ciascuno di noi ad un certo momento della propria esistenza si accorge di commettere sembre dolorosamente gli stessi errori, di trovarsi ripetutamente nelle stesse situazioni relazionali che generano confusione, tristezza e senso di fallimento. Tutto questo non sfortuna, ma perché vittima di un boicottaggio interiore che prende le mosse da scelte tanto antiche quanto inconsapevoli.
A volte il prendere atto ci aiuta ad interromperlo, ma altre volte la consapevolezza non basta e in tali casi l’aiuto di un professionista della salute mentale può essere di fondamentale importanza.

Valore personale
Oggi li chiamiamo loop autodistruttivi, Freud li chiamava coazioni a ripetere e l’analisi transazionale li chiama copioni.
Di fatto indipendentemente dal nome ciascuno di noi ad un certo momento della propria esistenza si accorge di commettere sembre dolorosamente gli stessi errori, di trovarsi ripetutamente nelle stesse situazioni relazionali che generano confusione, tristezza e senso di fallimento. Tutto questo non sfortuna, ma perché vittima di un boicottaggio interiore che prende le mosse da scelte tanto antiche quanto inconsapevoli.
A volte il prendere atto ci aiuta ad interromperlo, ma altre volte la consapevolezza non basta e in tali casi l’aiuto di un professionista della salute mentale può essere di fondamentale importanza.

Emozioni e dintorni
Cosa sono le emozioni? Sono sistemi di risposta predisposti biologicamente.
Ma ci siamo mai chiesti a cosa servano?
Esse assolvono a delle funzioni molto importanti.
- La sopravvivenza: pensiamo a tutte le volte che stavamo per cadere e ci siamo spaventati.
- La comunicazione con il gruppo di appartenenza: lo sapevate che la tristezza innesca le risposte sociali di aiuto?
- Dare significato agli eventi: avete notato che quando siamo arrabbiati cerchiamo sempre un colpevole e abbiamo “ragione da vendere?” Esse possono essere difficili da gestire, dei veri e propri sassi sul nostro cammino e molte persone le evitano per questo, ma anziché viverle come pietra d’inciampo, potremmo considerarle come luoghi in cui fermarsi, capire cosa ci sta accadendo e poi proseguire il nostro cammino, scopriremo molte cose interessanti su di noi.

Essere emotivamente intelligenti
Essere emotivamente intelligenti!
Ormai il termine intelligenza emotiva è di uso comune, ma cosa significa essere emotivamente intelligenti?
Significa riconoscere e gestire adeguatamente le emozioni proprie ed altrui, in un contesto sociale, per vivere serenamente.
Fin qui sembra facile.
In realtà non siamo emotivamente intelligenti tutte le volte che ci giustifichiamo dicendo “io sono fatt* così ” perché blocchiamo l’autentica interazione con l’altro con un’etichetta.
Ogni volta che evitiamo un problema perché non ci piace affrontarlo e poi quando siamo costretti, perdiamo il controllo ed urliamo, ad esempio con il disordine dei nostri figli.
Ogni volta che valutiamo la realtà secondo schemi rigidi corrispondenti alle nostre idee ( quella persona la evito perché è una…) più che ai dati oggettivi o quando ci facciamo guidare nel nostro agire da regole che non sempre sono funzionali alla realtà (abbronzato è bello, sono una mozzarella quindi non esco di casa).
Tutto questo crea degli ostacoli alla vita ed al libero fluire delle emozioni.
Sarebbe più utile fermarsi, ascoltarci e poi scegliere consapevolmente.

Parliamo di felicità
Oggi parliamo di felicità in tutte le sue declinazioni.
Sicuramente si tratta di emozioni piacevoli a cui tutti noi aneliamo, ma anche qui troviamo delle curiosità molto interessanti.
La gioia non è un un’emozione “utile”.
Quando siamo felici si abbassano le nostre difese e diventiamo più vulnerabili agli attacchi ambientali: avete presente che gli innamorati sembrano avere la testa per aria?
Poi la felicità crea chiusura sociale: più siamo felici meno siamo empatici rispetto ai bisogni altrui e ci chiudiamo in una condizione di egocentrica autoreferenzialita’ in cui diventa difficile anche solo pensare di chiedere agli altri “come stai?”
Che sia per questo che le persone felici suscitano invidia? Forse, ma questa è un’altra emozione.
non ci separi.

Morte come conclusione di una relazione e interruzione di un legame.
In realtà quando accompagnamo una persona cara negli ultimi giorni della sua esistenza ci rendiamo conto che lascerà un vuoto incolmabile dentro di noi.
A volte la cosa che aiuta di più è cambiare prospettiva. Anziché guardare alla perdita proviamo a considerare quanto prezioso sia il momento presente e a quanto esso ci dia ancora l’opportunità per coltivare il nostro legame e raccogliere i ricordi dei momenti trascorsi insieme.
A volte questo percorso è reso difficile dal dover gestire la sofferenza della persona cara e spesso quella del resto della famiglia.
In questi casi è normale sentire di non avere le risorse per gestire tutto.
Chiedere aiuto ai medici, alle associazioni e perché no fare qualche colloquio di sostegno psicologico può essere la via che ci consente di vivere dei momenti così difficili senza sentirsi soli e svuotati.

Tristezza
La tristezza è un’emozione particolarmente temuta da tutti perché spiacevole, tanto che cerchiamo di sfuggirle.
Freud stesso ne parlo’ in termini di umorismo e moti di spirito.
Tuttavia se la tristezza non avesse un senso non esisterebbe nella nostra specie.
A che ci serve quindi essere tristi? La tristezza ha a che fare con le perdite di oggetti, situazioni e persone ma ha a che fare anche con i nostri investimenti di energie.
Immaginiamo di disporre di un certo quantitativo di energia della nostra vita psichica, nel momento in cui perdiamo qualcosa quelle energie vengono liberate e la tristezza ci permette di prenderle e direzionarle da un’altra parte verso una nuova meta.
La tristezza è un’emozione particolarmente temuta da tutti perché spiacevole, tanto che cerchiamo di sfuggirle.
Freud stesso ne parlo’ in termini di umorismo e moti di spirito.
Tuttavia se la tristezza non avesse un senso non esisterebbe nella nostra specie.
A che ci serve quindi essere tristi? La tristezza ha a che fare con le perdite di oggetti, situazioni e persone ma ha a che fare anche con i nostri investimenti di energie.
Immaginiamo di disporre di un certo quantitativo di energia della nostra vita psichica, nel momento in cui perdiamo qualcosa quelle energie vengono liberate e la tristezza ci permette di prenderle e direzionarle da un’altra parte verso una nuova meta.
Se leggiamo la tristezza e in questo modo sicuramente acquisisce un significato più utile e propositivo. Ci aiuta a costruire nuove strade ed è per questo motivo che viene chiamata “architettura della mente.

Depressione
Molto tempo fa si utilizzava il termine “esaurimento nervoso” per indicare qualsiasi tipo di disturbo riguardante la sfera psichica. Negli ultimi anni si nota che nell’uso comune questo termine è stato sostituito da quello di “depressione” .
In realtà la depressione è un qualcosa di ben preciso: si tratta di un disturbo del tono dell’umore. Normalmente il nostro umore è molto flessibile e capace di adattare il nostro mondo interno agli eventi esterni positivi e negativi. Quando una persona è depressa il suo tono dell’umore si fissa verso il basso e quindi la persona che ne è colpita vede il mondo in modo assolutamente negativo, come se indossasse sempre un paio di occhiali neri.
La persona diventa molto #triste e priva di ogni energia.
Può presentare un #rallentamentopsicomotorio con problemi di: #attenzione, #concentrazione e #memoria, nonché difficoltà a pensare.
I disturbi del sonno sono frequenti come pure le #variazionidipeso, indipendentemente da ciò che mangia, ma in alcuni casi c’è anche la #perditadiappetito o un suo aumento.
Infine ci possono essere pensieri ricorrenti di #morte, dal #desideriodellamorte come sollievo alla #pauradimorire.
La diagnosi può essere fatta se ci sono almeno 5 di questi aspetti e la loro intensità può variare molto nel tempo e anche da persona a persona.
E nei bambino?
Durante la crescita il bambino deve affrontare le difficoltà e le scoperte legate alle fasi del proprio sviluppo adattandole ed adattandosi al contesto in cui vive, un contesto in cui gli adulti accudiscono, pongono dei limiti, ma spesso pongono in essere gli effetti di inadeguatezze, conflittualità e fragilità personali.
Se nel bambino questa capacità di adattamento si blocca può capitare che insorga un quadro depressivo.
La particolarità è costituita dal fatto che il bambino depresso tende ad isolarsi rispetto agli amichetti, perde interessi per i giochi, può presentare difficoltà scolastiche e anziché esprimere tristezza, può dar voce al suo disagio attraverso irritabilità, aggressività, riduzione dell’appetito e disturbi del sonno.
E bene ricordare che i bambini non sanno concettualizzare appieno ed esprimere poi, il proprio malessere, quindi gli adulti devono essere consci di questo aspetto quando notano che qualcosa sta cambiando.
Ma in generale quali sono le cause della depressione?
La depressione può avere molte cause. In alcuni recenti ricerche si sostiene che la condizione del nostro intestino possa pesantemente influenzare in senso negativo il nostro equilibrio psichico e quindi portare a depressione se ci nutriamo in modo scorretto.
Anche se in questo ci sono degli elementi di verità, mi sembra Importante sottolineare come le nostre condizioni intestinali da sole non sono in grado di scatenare una depressione anche lieve.
Solitamente le cause della depressione sono di natura ambientale o interiore. Quando queste reazioni sono eccessive rispetto alla problema in sé è bene che la persona chieda aiuto.
In questi casi l’intervento di cura consiste in almeno quattro percorsi.
Se la depressione è lieve o moderata ci si può rivolgere allo psichiatra per una terapia farmacologica su misura, oppure si può ricorrere a una terapia di tipo psicologico, individuale o di gruppo, per affrontare le proprie difficoltà e trovare dei nuovi modi per gestirle e superarle.
Si possono poi affrontare parallelamente entrambi i percorsi ponendo in essere una azione sinergica da parte dei due tipi di trattamento.
La quarta via consiste nel ricovero che il medico prescrive, quando i sintomi sono così intensi da portare la persona ad un profondo stato di prostrazione in cui i pensieri di morte possono diventare un rischio concreto.
La durata di ciascun percorso non potrà essere definita a priori perché è sempre legata al carattere individuale della depressione.
Va sottolineato però un aspetto molto importante. La terapia farmacologica va seguita scrupolosamente senza sospensioni o interruzioni fai da te, perché si rischia l’effetto rebound, ovvero una reazione dell’organismo molto simile ad una vera e propria crisi di astinenza, e si può essere portati a pensare che i farmaci ci “fanno male” perciò è molto importante la costanza e la gradualità e soprattutto il confronto con il medico di quelle che sono le proprie perplessità.
Cosa non dire ad un depresso.
Sicuramente la depressione può essere fonte di sofferenza anche per i familiari. Infatti dopo un iniziale fase di partecipazione e comprensione subentra un stato di frustrazione e aggressività, alla luce del fatto che il proprio comportamento non sortisce effetti positivi.
Questo genera nella persona depressa sensi di colpa e solitudine che si vanno a sommare alla sua sintomatologia.
Cosa possono fare allora i familiari ?
Vediamo nel concreto cosa non dire.
-“Cerca di tirarti su perché, in fondo tutti hanno dei problemi “
-“Devi sforzarti di reagire, serve un po’ di buona volontà”.
-“È solo un problema di pigrizia, in fondo ti fa comodo stare così”.
-“Sei tu che non vuoi collaborare”
-” Devi aiutarti da solo perché nessuno ti può aiutare”
-“I medici non servono basta reagire”.
-“Sei un egoista pensi solo a te stesso e non pensi a noi che stiamo male a vederti così”.
Cosa fare.
– È necessario evitare di far leva sulla forza di volontà o sui sensi di colpa.
– E’ importante invece stimolare la ricerca di un appoggio specialistico.
– Sottolineare che la condizione attuale è temporanea e la persona tornerà ad essere quella di prima.

Vergogna?
Sicuramente ad ognuno di noi sarà capitato di avere delle esperienze in cui si è vergognato Basta anche un semplice pettegolezzo che ci coinvolga che subito scatta questo senso di disagio.
In realtà pettegolezzo e vergogna sono due aspetti strettamente connessi
Il pettegolezzo nasce come regolatore sociale del comportamento all’interno di un gruppo, vale a dire se io violo le norme di quel gruppo sarò sulla bocca di tutti.
Di conseguenza se io sono sulla bocca di tutti molto probabilmente proverò un senso di vergogna più o meno intenso.
Perché succede questo?
Semplice perché si tratta di un’emozione sociale, non è innata ma nasce intorno ai 2 anni d’età come effetto dell’interazione con le altre persone… con i nostri caregiver
Essa serve per proteggerci da situazioni che creano disagio e per regolare le distanze dalle altre persone.
Ma quando la vergogna diventa un vero e proprio disagio?
Quando la vita ci espone per lungo tempo a contesti giudicanti e rifiutanti soprattutto durante la crescita, è molto facile che la vergogna ci accompagni generando, insicurezza, fobie e congeli ogni spirito d’iniziativa.
Viceversa il senso di colpa rappresenta paradossalmente la via di fuga da questo blocco.
Come? Se io mi vergogno mi ripiego su di me come un riccio, mentre se mi sento in colpa assumo una posizione emotiva diversa: proverò comunque un’emozione spiacevole ma in questo caso sentirò la spinta a fare qualvosa per “rimediare” e questo mi servirà per uscire dall’empasse.
Tutto questo fa parte del pensiero giudicante in cui siamo immersi. Se imparassimo a prendere atto di quanto ci accade senza giudicarci a nostra volta, avremmo sgombrato la strada da un grosso ostacolo.

Timore di morire.
Il pensiero della propria morte è qualcosa che attraversa tutti prima o poi. Tuttavia in alcuni casi può diventare ansiogeno, ricorrente e logorante.
Le ragioni possono essere tante, tangibili o meno, sono un chiaro segno di malessere, di un periodo difficile, che viene condensato in questo tipo di preoccupazione. Va da se che rivolgersi allo psicologo può essere il primo passo per cominciare a stare meglio.
In questo tipo di preoccupazioni un cambio di prospettiva è fondamentale. Spesso la paura della morte è in realtà il timore di non aver vissuto abbastanza o come volevamo noi. Quindi meditare su tale prospettiva ci può aiutare a cogliere meglio i nostri valori ed obiettivi, messi da parte, per riorientare verso di essi le nostre energie.

I meccanismi della paura
Ma cos’è esattamente?
Essa è un’emozione salvavita.
Infatti generando reazioni di attacco fuga o freezing ci consente di aggirare o affrontare pericoli più o meno grandi per la nostra sopravvivenza.
Il nostro modo di reagire al pericolo dipende molto dai modelli di comportamento che abbiamo sperimentato.
Così se i nostri caregiver (genitori) erano evitanti, propenderemo per uno stile rinunciatario, se erano coraggiosi tenderemo a risposte intraprendenti e così via.
Tra paura ed ansia esiste uno stretto legame. Mentre la paura si riferisce ad un pericolo concreto, l’ansia riguarda un pericolo futuro o potenziale e ontologicamente scaturisce dall’incapacità di cogliere il segnale di assenza di un pericolo reale.
Le ragioni possono essere molte ma la risposta per il superamento di ansie e paure segue in filo rosso del… coraggio di affrontarle.
Non esiste una formula magica ma nel rispetto dei nostri tempi può essere utile pensare a cosa faremmo se non ci fossero queste emozioni spiacevoli e… cominciare ad andare avanti!
Superare la paura o l’ansia non significa esserne privi ma avere ben chiari obiettivi e valori in modo da raggiungerli un passo dopo l’altro con pazienza, rispetto per se stessi e accettando che le nostre emozioni non siano necessariamente piacevoli.

Perché ci arrabbiamo
Perché ci arrabbiamo?
La rabbia è un’emozione caratterizzata da forza ed energia ma ritenuta spiacevole da chi la prova e da chi la vive.
Se andiamo ad analizzarla scopriremo che essa scaturisce da un ostacolo e viene alimentata dal pensiero logico. Per es. Siamo in ritardo al lavoro e ce la prendiamo con la signora che va ai 40 all’ora.
Chi è arrabbiato ha ragione da vendere e può argomentare per giorni sul senso del proprio essere arrabbiati e pone attenzione all’altro, tutti cerchiamo un colpevole quando qualcosa ci fa arrabbiare e chiediamo a quel colpevole di cambiare.
In realtà la rabbia nasce quando incontriamo un ostacolo sul nostro cammino, ma non è quasi mai l’ostacolo che ci indica la rabbia stessa (la signora in auto)
L’ostacolo parla di noi, delle nostre aspettative e dei nostri obiettivi che vengono impediti (mantenere sul lavoro un’immagine di precisione e affidabilità) e la forza sviluppata con la rabbia, ci permette di affrontare l’ostacolo per superarlo.
Senonché quando ciò non accade essa può diventare cieca e distruttiva perché restringe le prospettive in modo disumano (e gli autisti arrabbiati sono solo una nota di colore nel panorama della rabbia umana).
Dominarla o esserne dominati? Per renderla funzionale alla nostra esistenza dovremmo imparare a fermarci, ascoltare cosa ci dice di noi e chiederci a cosa siamo disposti a rinunciare per raggiungere il nostro obiettivo.
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